Nove anni e mezzo come fosse niente.
Nel 2004 erano a quella roba mezza figa mezza mostruosa dell'Heineken Jammin' Festival, e io ero di fronte al palco, nella vasca davanti riservata a chi era arrivato presto e aveva il braccialetto, e di loro conoscevo poco più di nulla, giusto l'imperdibile per chi è di bocca buona.
Nel 2013 i Pixies sono tra i miei dieci gruppi preferiti, e qualche giorno fa loro stavano a Milano, e io ero sempre di fronte al palco, piuttosto davanti anche se un po' defilato, e penso di aver cantato, anche se ogni tanto in playback, per l'80% del concerto.
È cambiata la figura al basso, e questi rimpasti non sono mai indolori, ma nonostante la divergenza dalla lineup originale hanno picchiato per un'ora e quarantacinque minuti come dei fabbri, senza praticamente fermarsi mai, e la figura sempre più sferica di Frank Black dimostra una volta di più di meritare il posto nel gotha dell'alternative rock che è riservato a suo nome.
Una retrospettiva rumorosa attraverso il loro trittico delle meraviglie Come On Pilgrim-Surfer Rosa-Doolittle, qualche doverosa divagazione sui due album minori successivi (compresa la bella cover del pezzone "Head on" dei Jesus and Mary Chain, che non mi aspettavo e mi ha lasciato un po' di sasso), senza dimenticare i brani del recente EP1 che non sfigurano affatto.
Nota di merito per il pubblico, come quasi sempre accade quando l'età media è piuttosto elevata: si parte un po' freddi, poi ci si fa prendere dal crescente incedere e alla fine ci si lascia andare, senza mai raggiungere picchi di molestia intollerabile. Meno fotocamere e smartphone al cielo del solito, poca gente che si trovava lì per caso o per poter dire "sono stato a vedere i Pixies".
E giusto per alimentare un po' di invidia, casomai qualcuno ne avesse, questa è la scaletta.
Visualizzazione post con etichetta collapse. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta collapse. Mostra tutti i post
giovedì 7 novembre 2013
martedì 25 settembre 2012
Holy Roman Empire
Mi piacciono moltissimo le risposte a domande che nessuno mi ha posto. Questa sera è il turno di "Dove sei stato nell'ultima settimana?". Senza dilungarmi troppo, credo.
Sono partito lunedì per gli Stati Uniti (come si può evincere da alcuni recenti post). Un giorno di viaggio, due giorni di riunioni, un giorno e mezzo di viaggio di ritorno. Gin tonic sull'aereo, gin tonic in albergo al simpatico aperitivo "complimentary", pop corn sul tavolo nella meeting room. Questo il lato divertente.
E poi niente, sono tornato venerdì jetlaggato e ho trovato l'appartamento aperto e in disordine. Refurtiva misera, un paio di Ray-Ban, un netbook che stava per rendere l'anima al diavolo, una ventina di euro di moneta, raccolti in gran parte con il resto delle sigarette. Più la rottura di cazzo del sopralluogo, e della denuncia, e dell'assicurazione, e del falegname e del muratore che vengono a sistemare lo scasso. Così ho trascorso il venerdì pomeriggio che doveva essere destinato al riposo.
Perché poi sabato mattina sarei partito per Roma. Manco a dirlo, ero talmente sfatto che non mi sono svegliato e ho perso il treno. Ho recuperato con una successiva combinazione (buttando nel cesso i soldi spesi per il biglietto iniziale), e mi sono poi visto i Radiohead. Non so se riuscirò mai a parlare del concerto in modo esteso, in ogni caso quella di andare a vederli a Roma è stata un'ottima scelta.
Sono rientrato domenica pomeriggio, ma già ieri sera soffrivo di solitudine e sono dovuto uscire per un paio di birre.
E niente, oggi è il primo giorno da mercoledì scorso che consumo entrambi i pasti principali della giornata.
Sono partito lunedì per gli Stati Uniti (come si può evincere da alcuni recenti post). Un giorno di viaggio, due giorni di riunioni, un giorno e mezzo di viaggio di ritorno. Gin tonic sull'aereo, gin tonic in albergo al simpatico aperitivo "complimentary", pop corn sul tavolo nella meeting room. Questo il lato divertente.
E poi niente, sono tornato venerdì jetlaggato e ho trovato l'appartamento aperto e in disordine. Refurtiva misera, un paio di Ray-Ban, un netbook che stava per rendere l'anima al diavolo, una ventina di euro di moneta, raccolti in gran parte con il resto delle sigarette. Più la rottura di cazzo del sopralluogo, e della denuncia, e dell'assicurazione, e del falegname e del muratore che vengono a sistemare lo scasso. Così ho trascorso il venerdì pomeriggio che doveva essere destinato al riposo.
Perché poi sabato mattina sarei partito per Roma. Manco a dirlo, ero talmente sfatto che non mi sono svegliato e ho perso il treno. Ho recuperato con una successiva combinazione (buttando nel cesso i soldi spesi per il biglietto iniziale), e mi sono poi visto i Radiohead. Non so se riuscirò mai a parlare del concerto in modo esteso, in ogni caso quella di andare a vederli a Roma è stata un'ottima scelta.
Sono rientrato domenica pomeriggio, ma già ieri sera soffrivo di solitudine e sono dovuto uscire per un paio di birre.
E niente, oggi è il primo giorno da mercoledì scorso che consumo entrambi i pasti principali della giornata.
venerdì 14 settembre 2012
Ora date un'occhiata al boxino qui in parte.
È l'attestato dei miei fallimenti.
È l'attestato dei miei fallimenti.
lunedì 10 settembre 2012
Monoxide
Ho smesso per anni di ascoltare ogni disco dei Pixies che non fosse Doolittle (dal 2009 almeno, anniversario del ventennale), per colpa della sua esagerata fighezza.
Mai prendere una simile direzione, mai diventare monotematici e attribuire a qualcosa/qualcuno l'esclusiva. Ci si rischia di dimenticare quanto siano belli album come Surfer Rosa o EP come Come On Pilgrim (nella diffusissima edizione su unico cd).
Mai prendere una simile direzione, mai diventare monotematici e attribuire a qualcosa/qualcuno l'esclusiva. Ci si rischia di dimenticare quanto siano belli album come Surfer Rosa o EP come Come On Pilgrim (nella diffusissima edizione su unico cd).
giovedì 10 maggio 2012
Graditi ritorni
Pochi giorni fa è apparso in tv, in prima serata, Fabio Concato.
In questo momento, su Raidue, c'è Luca Barbarossa.
Io preparo le scorte di viveri in cantina, che si sa mai che stia arrivando per davvero l'Armageddon.
In questo momento, su Raidue, c'è Luca Barbarossa.
Io preparo le scorte di viveri in cantina, che si sa mai che stia arrivando per davvero l'Armageddon.
lunedì 2 aprile 2012
Persone speciali
Mi hanno molto colpito le parole di un mio collega quasi coetaneo, col quale sto lavorando da giorni a stretto contatto in una sorta di task force.
L'ho ospitato per diverse ore seduto alla mia scrivania, analizzando dati con una certa necessità di concentrazione, mentre intorno a noi la fauna dei miei vicini di posto dava il meglio di sè (quello che in realtà è il loro comportamento normale, e che mi provoca una certa irritazione dovuta in parte anche alla mia suscettibilità, non saprei però delimitare la linea di confine). Tra uno che fischietta per ore motivetti ossessivi, un altro che ripete a cadenza costante frasi, citazioni, imitazioni manco fossimo a "Troppo frizzante", poi c'è quello che sembra sonnecchiare e ad un certo punto lascia partire una massima, per non parlare delle discussioni che nascono in pausa pranzo e si protraggono fino alle 15 sugli argomenti meno interessanti del cosmo, mettendo assieme tutto questo ne risulta effettivamente un bel quadretto. Ma forse sono io troppo bacchettone, mi dico.
E così ad un certo punto facciamo un break e ci andiamo a prendere il caffè, e dopo aver incrociato un collega che, per la terza volta in una mattinata, ci ripete una battuta-imitazione, il ragazzo mi guarda e mi fa "Io sarò un po' scemo eh, ma questi qui a me non sembrano tanto normali".
Dovrei forse leggerlo come "scappa, finché sei ancora in tempo"?
La settimana è peraltro iniziata allegramente sotto una sorta di bombardamento, c'è qualcuno che ogni tanto attacca a cantare Venditti, "è una questione po-li-ti-ca", fermandosi al primo verso. Poi una mattina arriva Michael Douglas con un fucile a pompa e fa una strage, per dire.
L'ho ospitato per diverse ore seduto alla mia scrivania, analizzando dati con una certa necessità di concentrazione, mentre intorno a noi la fauna dei miei vicini di posto dava il meglio di sè (quello che in realtà è il loro comportamento normale, e che mi provoca una certa irritazione dovuta in parte anche alla mia suscettibilità, non saprei però delimitare la linea di confine). Tra uno che fischietta per ore motivetti ossessivi, un altro che ripete a cadenza costante frasi, citazioni, imitazioni manco fossimo a "Troppo frizzante", poi c'è quello che sembra sonnecchiare e ad un certo punto lascia partire una massima, per non parlare delle discussioni che nascono in pausa pranzo e si protraggono fino alle 15 sugli argomenti meno interessanti del cosmo, mettendo assieme tutto questo ne risulta effettivamente un bel quadretto. Ma forse sono io troppo bacchettone, mi dico.
E così ad un certo punto facciamo un break e ci andiamo a prendere il caffè, e dopo aver incrociato un collega che, per la terza volta in una mattinata, ci ripete una battuta-imitazione, il ragazzo mi guarda e mi fa "Io sarò un po' scemo eh, ma questi qui a me non sembrano tanto normali".
Dovrei forse leggerlo come "scappa, finché sei ancora in tempo"?
La settimana è peraltro iniziata allegramente sotto una sorta di bombardamento, c'è qualcuno che ogni tanto attacca a cantare Venditti, "è una questione po-li-ti-ca", fermandosi al primo verso. Poi una mattina arriva Michael Douglas con un fucile a pompa e fa una strage, per dire.
mercoledì 14 marzo 2012
Servire freddo
Ogni volta che ci si chiude nei Pixies, prima o poi è inevitabile incappare pesantemente in questa canzone.
Nell'incedere di batteria del pur breve refrain di "Wave of mutilation" si scatena più sete di vendetta che in piazzale Loreto.
Nell'incedere di batteria del pur breve refrain di "Wave of mutilation" si scatena più sete di vendetta che in piazzale Loreto.
martedì 13 marzo 2012
Death to the Pixies
Ogni persona dotata di buonsenso dovrebbe avere una copia di "Doolittle" sempre pronta per l'uso, funziona meglio pure dello Xanax.
mercoledì 29 febbraio 2012
Cronaca Vera
Domani aprite il giornale, e cercate tra le storie di degrado urbano nel profondo Nord:
Omicidio sul lavoro
Uccide una collega a colpi di cordless
Questo mese non mi hanno liquidato nemmeno una delle numerose ore di straordinario. E io mi sento come Michael Douglas.
Omicidio sul lavoro
Uccide una collega a colpi di cordless
Questo mese non mi hanno liquidato nemmeno una delle numerose ore di straordinario. E io mi sento come Michael Douglas.
mercoledì 1 febbraio 2012
Poi però basta parlare di morti
Con qualche ora di ritardo rispetto al previsto, Splinder ha chiuso i battenti. Ora la home page punta su una specie di motore di ricerca di blog, avrei preferito un errore 404 sinceramente.
La cosa interessante è che adesso il redirect funziona, contro ogni previsione, se c'è una cosa che agli amici di Dada non manca è l'imprevedibilità.
Francamente, mi sento sollevato, questi ultimi mesi di vita artificiale in stile Welby mi mettevano un po' di ansia.
La cosa interessante è che adesso il redirect funziona, contro ogni previsione, se c'è una cosa che agli amici di Dada non manca è l'imprevedibilità.
Francamente, mi sento sollevato, questi ultimi mesi di vita artificiale in stile Welby mi mettevano un po' di ansia.
sabato 28 gennaio 2012
When you say goodbye
Ho attivato il redirect, anche se per il momento sembra che non funzioni.
Quell'altro blog, quello vecchio (in parte riportato qui, in parte riposto in polverosi archivi), è -teoricamente- chiuso. Sebbene non vi fossero segni di attività da tempo, è un momento cruciale.
Come quando te ne vai da un albergo, dopo magari una settimana, controlli di non aver lasciato nulla in giro, inforchi la tracolla e afferri il trolley, Ray-Ban appoggiati sui capelli e chiudi quella porta, per l'ultima volta. Fa davvero strano.
Quell'altro blog, quello vecchio (in parte riportato qui, in parte riposto in polverosi archivi), è -teoricamente- chiuso. Sebbene non vi fossero segni di attività da tempo, è un momento cruciale.
Come quando te ne vai da un albergo, dopo magari una settimana, controlli di non aver lasciato nulla in giro, inforchi la tracolla e afferri il trolley, Ray-Ban appoggiati sui capelli e chiudi quella porta, per l'ultima volta. Fa davvero strano.
sabato 21 gennaio 2012
The last great American whale
Ho ascoltato il primo dei due dischi di Lulu, album doppio della (sulla carta) strepitosa accoppiata Lou Reed+Metallica. E ho accumulato già abbastanza motivi per non ascoltare il secondo.
Cosa si salva: la voce di Lou Reed, ogni tanto, non è certamente più quella di un tempo (posso immaginare cosa possa succedere dal vivo) ma quando vibra le corde giuste ha ancora il suo fascino.
Cosa non si salva: il resto. Tutto. Inutilmente barocco, idee poche, canzoni lunghe senza che se ne senta la necessità. Sonorità che oscillano tra il casino, totale, e i richiami ai Metallica degli anni 80. E non siamo più negli anni 80, perdio. Da dimenticare.
Cosa si salva: la voce di Lou Reed, ogni tanto, non è certamente più quella di un tempo (posso immaginare cosa possa succedere dal vivo) ma quando vibra le corde giuste ha ancora il suo fascino.
Cosa non si salva: il resto. Tutto. Inutilmente barocco, idee poche, canzoni lunghe senza che se ne senta la necessità. Sonorità che oscillano tra il casino, totale, e i richiami ai Metallica degli anni 80. E non siamo più negli anni 80, perdio. Da dimenticare.
giovedì 12 gennaio 2012
Revolution from my bed
Mi stavo iniziando a preoccupare. Il decadimento del tag misantropia si stava facendo ormai evidente, lasciando uno strascico di interrogativi non di poco conto.
Non provavo più irritazione nei confronti dell'uomo medio? Dov'erano finiti quegli slanci di nevrosi acuta come reazione al contatto umano di infima tipologia? Stavo diventando paziente e comprensibile? Mi stavo rammollendo? La gente intorno a me stava prendendo coscienza sotto l'influsso benefico della mia presenza?
Non sono in grado di rispondere. Ma so per certo che da qualche giorno a questa parte ingrugnerei tra loro gruppi di 4-5 persone per volta. I capannelli alla macchinetta del caffè di prossimi pre-pensionati che trovano pure il coraggio di lamentarsi, non accorgendosi di essere in una condizione assolutamente privilegiata. I qualunquisti e i benaltristi, quelli che fanno analisi politiche sottili come un tronco di baobab, come se non fossero sufficienti la Lega e Di Pietro a fare le barricate. Quelli che a fine 2011 si meritavano, secondo la loro modesta opinione, un riconoscimento da parte dell'azienda, quando io a qualcuno chiederei i danni. Le battute sui Maya, che non si può passare tutto il 2012 nell'angoscia, ché a forza di scherzarci su poi ci si inizia a credere sul serio.
Mi servirebbe talmente tanto napalm che mi sento quasi in pace con me stesso.
Non provavo più irritazione nei confronti dell'uomo medio? Dov'erano finiti quegli slanci di nevrosi acuta come reazione al contatto umano di infima tipologia? Stavo diventando paziente e comprensibile? Mi stavo rammollendo? La gente intorno a me stava prendendo coscienza sotto l'influsso benefico della mia presenza?
Non sono in grado di rispondere. Ma so per certo che da qualche giorno a questa parte ingrugnerei tra loro gruppi di 4-5 persone per volta. I capannelli alla macchinetta del caffè di prossimi pre-pensionati che trovano pure il coraggio di lamentarsi, non accorgendosi di essere in una condizione assolutamente privilegiata. I qualunquisti e i benaltristi, quelli che fanno analisi politiche sottili come un tronco di baobab, come se non fossero sufficienti la Lega e Di Pietro a fare le barricate. Quelli che a fine 2011 si meritavano, secondo la loro modesta opinione, un riconoscimento da parte dell'azienda, quando io a qualcuno chiederei i danni. Le battute sui Maya, che non si può passare tutto il 2012 nell'angoscia, ché a forza di scherzarci su poi ci si inizia a credere sul serio.
Mi servirebbe talmente tanto napalm che mi sento quasi in pace con me stesso.
venerdì 30 dicembre 2011
Hangin' on Christmas tree
Anche quest'anno possiamo fare la conta. Si facciano avanti i sopravvissuti al Natale.
Le tecniche di autodifesa dalle festività in famiglia possono essere le più disparate.
La febbre a 39° sarebbe probabilmente la scappatoia più efficace, ma chi conosce una spolverata di Murphy sa che non ci si ammala mai al momento propizio (e sempre quando non si dovrebbe, tipo che oggi è il trenta dicembre e io ho la gola appesantita, il naso intasato e la testa ciondolante mentre pigio i tasti del mio cesso a dieci pollici).
Così ci si arrabatta come si può, ad esempio diversificando i parenti. Pranzo da una parte, cena dall'altra, giusto per sentire discorsi diversi.
Anche il Natale in stato di ebbrezza, o di stanchezza dovuta a un nightclubbing forzoso, contribuisce ad alleggerire il peso delle grandi abbuffate.
I bambini in famiglia sono una grande invenzione, attirano l'attenzione di tutti e permettono di passare inosservato mentre schiacciamo un pisolino, ci slacciamo la cintura, ci scaccoliamo o leggiamo l'intera edizione on-line de L'Unione Sarda sul nostro smartphone per ammazzare la noia.
C'è solo una questione che non riesco a superare, che mi traumatizza ogni volta e amplifica la mia insofferenza, altrimenti contenuta e contenibile. Passi l'antipasto, passino due primi, il secondo, i formaggi. Sei ormai mentalmente predisposto a visualizzare il traguardo, frutta-panettone-caffè e via, ed invece arriva la carrellata dei dolci natalizi. Dei quali, per scarsa golosità e per ripicca personale, non assaggi nemmeno un pezzetto. Panettone, pandoro, crema al mascarpone, torrone, mostarda, frutta secca, frutta candita, frutta candita ricoperta al cioccolato, cioccolatini, biscotti. Che venissero portati tutti assieme, andrebbe anche bene. E invece no, rigorosamente uno per volta. Tempo di attraversamento medio, due ore. Due fottutissime ore di noia, mentre tu avresti bisogno unicamente di un caffè, o almeno un Lexotan per non rendersi conto di nulla. Trovarne la scappatoia sarà il task del periodo natalizio 2012.
Le tecniche di autodifesa dalle festività in famiglia possono essere le più disparate.
La febbre a 39° sarebbe probabilmente la scappatoia più efficace, ma chi conosce una spolverata di Murphy sa che non ci si ammala mai al momento propizio (e sempre quando non si dovrebbe, tipo che oggi è il trenta dicembre e io ho la gola appesantita, il naso intasato e la testa ciondolante mentre pigio i tasti del mio cesso a dieci pollici).
Così ci si arrabatta come si può, ad esempio diversificando i parenti. Pranzo da una parte, cena dall'altra, giusto per sentire discorsi diversi.
Anche il Natale in stato di ebbrezza, o di stanchezza dovuta a un nightclubbing forzoso, contribuisce ad alleggerire il peso delle grandi abbuffate.
I bambini in famiglia sono una grande invenzione, attirano l'attenzione di tutti e permettono di passare inosservato mentre schiacciamo un pisolino, ci slacciamo la cintura, ci scaccoliamo o leggiamo l'intera edizione on-line de L'Unione Sarda sul nostro smartphone per ammazzare la noia.
C'è solo una questione che non riesco a superare, che mi traumatizza ogni volta e amplifica la mia insofferenza, altrimenti contenuta e contenibile. Passi l'antipasto, passino due primi, il secondo, i formaggi. Sei ormai mentalmente predisposto a visualizzare il traguardo, frutta-panettone-caffè e via, ed invece arriva la carrellata dei dolci natalizi. Dei quali, per scarsa golosità e per ripicca personale, non assaggi nemmeno un pezzetto. Panettone, pandoro, crema al mascarpone, torrone, mostarda, frutta secca, frutta candita, frutta candita ricoperta al cioccolato, cioccolatini, biscotti. Che venissero portati tutti assieme, andrebbe anche bene. E invece no, rigorosamente uno per volta. Tempo di attraversamento medio, due ore. Due fottutissime ore di noia, mentre tu avresti bisogno unicamente di un caffè, o almeno un Lexotan per non rendersi conto di nulla. Trovarne la scappatoia sarà il task del periodo natalizio 2012.
Etichette:
alvy singer,
collapse,
grane padane,
misantropia
giovedì 22 dicembre 2011
New Deal
Il duro mestiere del fan: essere costretti a sorbirsi mezza canzone di Bon Jovi su Virgin solo perché poi avrebbero parlato del side-project di Kim Deal dei Pixies. Non vedo l'ora che sia tarda primavera per sfoggiare la t-shirt verdastra che ho acquistato poche settimane fa.
lunedì 19 dicembre 2011
You're speaking my language
Non faccio nulla di rivoluzionario mettendomi a parlar male del doppiaggio dei film, grande vanto italico per anni e ora morbo che ci attanaglia.
Siamo abituati a personaggi che da Chicago a San Francisco, da Berlino a Madrid, da Tokio a Tijuana parlano con spiccata cadenza romanesca. Ancora una volta, nessuno vuole sminuire il lavoro di riadattamento e lo sforzo di sincronizzazione che sostengono i doppiatori, ma più passa il tempo e più diventa palese il limite congenito di questa pratica.
Lo stravolgere il senso delle frasi è solo un aspetto (in cui i migliori non incappano). Perché perdersi la voce originale dei personaggi, che pure sarebbe uno degli elementi caratterizzanti di un attore? Qualcuno sostiene che i sottotitoli distraggono. Qualcun altro non vuole provarci perché non capisce una parola di inglese. Se lo dice mia nonna ci credo anche. Ma chi ha un minimo di flessibilità mentale dovrebbe quantomeno provarci.
Ma questo ennesimo post di protesta da dove nasce? Come raccontavo qualche giorno fa, ho visto Midnight in Paris al cinema. Film americano ambientato a Parigi, in cui compaiono parecchi personaggi francesi e spagnoli. Il doppiaggio italiota fa parlare questi personaggi in italiano con presunto accento che ne denota la provenienza. Il risultato? Adriana, ragazza parigina che nella storia assume un certo rilievo, si esprime come una rumena. Qualcosa di drammatico, ogni volta che parla suscita un misto di ilarità e sgomento. Avessero fatto parlare Picasso come un kebabbaro, l'opera di disfacimento sarebbe stata completa.
Sto facendo un pensierino per andare a vederlo in lingua originale, anche se privo di sottotitoli mi risulterebbe indigesto (non mi prendo meriti che non mi spettano, se non leggo la traduzione mi perdo almeno la metà delle battute). Hanno provato a rovinare un film, devo fare il possibile per fermarli.
Siamo abituati a personaggi che da Chicago a San Francisco, da Berlino a Madrid, da Tokio a Tijuana parlano con spiccata cadenza romanesca. Ancora una volta, nessuno vuole sminuire il lavoro di riadattamento e lo sforzo di sincronizzazione che sostengono i doppiatori, ma più passa il tempo e più diventa palese il limite congenito di questa pratica.
Lo stravolgere il senso delle frasi è solo un aspetto (in cui i migliori non incappano). Perché perdersi la voce originale dei personaggi, che pure sarebbe uno degli elementi caratterizzanti di un attore? Qualcuno sostiene che i sottotitoli distraggono. Qualcun altro non vuole provarci perché non capisce una parola di inglese. Se lo dice mia nonna ci credo anche. Ma chi ha un minimo di flessibilità mentale dovrebbe quantomeno provarci.
Ma questo ennesimo post di protesta da dove nasce? Come raccontavo qualche giorno fa, ho visto Midnight in Paris al cinema. Film americano ambientato a Parigi, in cui compaiono parecchi personaggi francesi e spagnoli. Il doppiaggio italiota fa parlare questi personaggi in italiano con presunto accento che ne denota la provenienza. Il risultato? Adriana, ragazza parigina che nella storia assume un certo rilievo, si esprime come una rumena. Qualcosa di drammatico, ogni volta che parla suscita un misto di ilarità e sgomento. Avessero fatto parlare Picasso come un kebabbaro, l'opera di disfacimento sarebbe stata completa.
Sto facendo un pensierino per andare a vederlo in lingua originale, anche se privo di sottotitoli mi risulterebbe indigesto (non mi prendo meriti che non mi spettano, se non leggo la traduzione mi perdo almeno la metà delle battute). Hanno provato a rovinare un film, devo fare il possibile per fermarli.
giovedì 1 dicembre 2011
Ø
Sarebbe il post adatto per chiudere BulletProofTrip, prima della migrazione verso altri lidi. La mia pigrizia farà si che ciò non succeda, ma consideriamolo la chiosa ideale di questo spazio.
La devozione di questo blog agli Smashing Pumpkins la capisce anche uno scemo, l'avatar/header è autoesplicativo, il nick nasce da un'intersezione di pezzi tra cui uno celeberrimo della band di Chicago.
Martedì era la mia prima volta. In realtà ero al terzo concerto, il secondo in due giorni, ma mentre a Bologna nel 2008 ero al secondo anello, e lunedì a Milano ero al primo, a Padova stavo lì sotto, in mezzo, vicino.
William Patrick Corgan baffuto, panciuto, con tre ragazzi a fianco che fanno in tutto la sua età. Un palco con luminarie da luna park, poco "nineties" nello stile. Attaccano cattivi, casinisti, sporchi con pezzi nuovi. Poi rispolverano qualcosa dagli archivi e fanno capire che il prezzo del biglietto ancora lo valgono. I pezzi nuovi sono di buona fattura, anche se alcune digressioni un po' troppo forzate appesantiscono questi intermezzi. La scaletta l'avessi preparata io sarebbe completamente diversa, ma è pur vero che su trenta brani di Mellon Collie ne avrei voluti sentire ventidue, e non possiamo far durare un concerto sette ore perché "questa non la possono non fare". Canzoni nuove, pezzi di repertorio non proprio di prima linea ma anche brani destinati ad arruffianarsi il pubblico. Ed è su Siva, Cherub Rock, Tonight Tonight che la gente, un po' troppo statica in platea, si muove.
Il delirio arriva con l'encore. For Martha, riposo preventivo. Poi una di fila all'altra, senza soluzione di continuità, Zero e Bullet with butterfly wings. Roba da collassare lì. E un po' è successo.
La devozione di questo blog agli Smashing Pumpkins la capisce anche uno scemo, l'avatar/header è autoesplicativo, il nick nasce da un'intersezione di pezzi tra cui uno celeberrimo della band di Chicago.
Martedì era la mia prima volta. In realtà ero al terzo concerto, il secondo in due giorni, ma mentre a Bologna nel 2008 ero al secondo anello, e lunedì a Milano ero al primo, a Padova stavo lì sotto, in mezzo, vicino.
William Patrick Corgan baffuto, panciuto, con tre ragazzi a fianco che fanno in tutto la sua età. Un palco con luminarie da luna park, poco "nineties" nello stile. Attaccano cattivi, casinisti, sporchi con pezzi nuovi. Poi rispolverano qualcosa dagli archivi e fanno capire che il prezzo del biglietto ancora lo valgono. I pezzi nuovi sono di buona fattura, anche se alcune digressioni un po' troppo forzate appesantiscono questi intermezzi. La scaletta l'avessi preparata io sarebbe completamente diversa, ma è pur vero che su trenta brani di Mellon Collie ne avrei voluti sentire ventidue, e non possiamo far durare un concerto sette ore perché "questa non la possono non fare". Canzoni nuove, pezzi di repertorio non proprio di prima linea ma anche brani destinati ad arruffianarsi il pubblico. Ed è su Siva, Cherub Rock, Tonight Tonight che la gente, un po' troppo statica in platea, si muove.
Il delirio arriva con l'encore. For Martha, riposo preventivo. Poi una di fila all'altra, senza soluzione di continuità, Zero e Bullet with butterfly wings. Roba da collassare lì. E un po' è successo.
domenica 27 novembre 2011
Tales of a scorched earth
Sono giorni in cui Splinder sembra Lehman Brothers con la gente in fila, scatolone in mano, mestizia nel lasciare il posto di una vita e un filo di speranza per un futuro migliore. Mi da noia alimentare il blog, con questo clima.
Un paio di cosucce interessanti da dire ci sarebbero. Ho in mano (non ancora, devono arrivare, ma è come se li avessi) i biglietti per il tour dei Radiohead in Italia, tra poco più di sette mesi. Per quale data? Tutte e quattro. Poi vediamo.
Ieri mattina è arrivato il pacco che aspettavo da due settimane. Ormai disperavo. Conteneva questa cosa.

Già, la maglia. Uno status. Quelli gialli sono i biglietti per Milano, domani sera (inaspettato omaggio fuori programma). Quelli bianchi sono i biglietti per Padova, martedì sera. Alla simbologia ci pensiamo un'altra volta, intanto mi godo il momento.
Un paio di cosucce interessanti da dire ci sarebbero. Ho in mano (non ancora, devono arrivare, ma è come se li avessi) i biglietti per il tour dei Radiohead in Italia, tra poco più di sette mesi. Per quale data? Tutte e quattro. Poi vediamo.
Ieri mattina è arrivato il pacco che aspettavo da due settimane. Ormai disperavo. Conteneva questa cosa.
Già, la maglia. Uno status. Quelli gialli sono i biglietti per Milano, domani sera (inaspettato omaggio fuori programma). Quelli bianchi sono i biglietti per Padova, martedì sera. Alla simbologia ci pensiamo un'altra volta, intanto mi godo il momento.
martedì 22 novembre 2011
Half-Pipes
Sostenitore da sempre delle band scozzesi, e lo si capisce benissimo da qui o qui, prima di partire per il fruttifero weekend lungo a Edimburgo mi sono documentato a fondo sulla geopolitica musicale interna alla Scozia. The Jesus and Mary Chain. Mogwai. Belle and Sebastian. The Vaselines. Franz Ferdinand. Primal Scream. Nessuno di loro originario di Edinburgh. Nemmeno i semi-prescindibili Simple Minds. Non nascondo di aver provato una certa delusione.
Etichette:
collapse,
musica,
new limes express,
shoegaze
Warm gun
Per la cronaca, sabato pomeriggio ho trovato a Edimburgo il vinile del White Album dei Beatles. I lettori più affezionati avranno ben presente la spasmodica ricerca che mi ha tormentato per alcuni anni. La scena isterica, "oddioddioddio, nono, non ci credo, non ci credo" a cui i miei accompagnatori hanno assistito da Avalanche, in Grassmarket, penso sia stata impagabile.
Etichette:
collapse,
help,
musica,
se non sai cosa regalarmi
Iscriviti a:
Post (Atom)